“L’inquilino del terzo piano”

di e con Roman Polanski, film del 1976.

Razzismo, fragilità, occulto.
La fragilità di un uomo semplice, un uomo piccolo, con un piccolo lavoro, piccolo davanti a colleghi esuberanti, piccolo davanti a grandi anziani e potenti padroni, piccolo davanti a silenziose portinaie frustrate ed impiccione, piccolo davanti alla femminile carica erotica (quasi borderline), piccolo davanti a mummie, piramidi egizie e fantasmi in generale. Piccolo per dei tacchi da donna troppo alti. Piccolo per reggere due secchi della spazzatura da buttare. Piccolo per dire no ad una cioccolata calda che non ama, o ad una marca di sigarette non di suo gradimento (Marlboro, ovvero gli americani che si prendono il sopravvento sulle piccole Gauloise francesi? …ma il nazionalismo che fine fa quando potrebbe servire?).

Un uomo che, piccolo e fragile com’è, non riesce a sfuggire alla grinfie della suggestione, ma si lascia trascinare dagli eventi, dalle persone, dai vivi e dai morti, uomo che non sembra voler o poter scegliere quello che veramente è suo, che veramente gradisce.

Ma subisce, accetta passivamente, annuisce col sorriso non di chi vive l’accettazione con piacere, ma di chi ancora crede o spera che là fuori siano tutti buoni e corretti, che essere buoni e corretti e farsi notare il meno possibile sia il segreto per la sopravvivenza.

Ma il regista (che poi è il piccolo uomo lui stesso) non sembra esser d’accordo.

E Trelkovsky ingoia e subisce… ma inizia anche a porsi qualche domanda, a cercare, a capire, a pretendere il normale, a chiedere quella giustizia che lui tanto sembra voler perseguire che però gli viene beffardamente negata, accusandolo di colpe non commesse, di comportamenti non suoi, di vite che lui non ha chiesto, di identità altrui a che forzatamente gli sono state attribuite. Quasi un nipote kafkiano.

Il Destino (se c’è, altrimenti chi per lui, forse il Diavolo, forse Dio, forse la Mente) gioca brutti scherzi e si diverte con le sue vittime, allentando e stringendo le morse dell’angoscia, dando lenza e poi bruscamente recuperandola. Fino a quando questo beffardo Destino decide di lasciare libero l’Uomo, di fargli fare come vuole e credere, di fargli dire “no” ma fargli pagare questa libertà a caro prezzo. Ed ecco che si fa strada l’Altro Uomo, quello che troppo facilmente è definibile come pazzo, alienato, diverso, estraneo (straniero…), deviato, indefinito, ibrido, menomato.
Il dono è forse una Libertà? La libertà di prendere una decisione, ma una libertà così ampia, così forte che forse ne è l’esatto contrario, un’anti-libertà.
E l’Uomo corre verso questa libertà, questa illusione di libertà che è poi rinuncia, abbandono. Abbandono del gioco del Destino, abbandono del campo di battaglia dove noi altri uomini giochiamo ad ucciderci. Trelkovsky sale un po’ più su, e decide che da quel suo appartamento maledetto si libererà (o si librerà), raggiungendo forse l’altro Sé che ormai ha già intrapreso un grande viaggio.

L’uomo diventa quello che la società lo fa diventare, Polanski avvalla questa idea.

Quando poi l’uomo decide di tornare ad essere se stesso, è forse troppo tardi, è diventato un’ibrido tra io e Sé. Un’entità che non può più stare dove stanno tutti. Non ha accettato il ruolo affibbiatogli, e in quanto “uomo normale” deve andarsene.

Ma chi ha vinto allora questo gioco? L’uomo o il gruppo? C’è un nuovo libero Trelkovsky oppure resta solo una trasfigurazione umana, fragile e manipolabile che non ha altra scelta se non polverizzare se stessa?

Questa è la domanda che aleggia sulla pagina finale. Lentamente si è arrivati alla distruzione, senza nemmeno accorgersene. E i segnali c’erano tutti, ma il grido di aiuto è stato ignorato.

“…e ora dove andiamo?”

Sceneggiata napoletana a base di hummus e taboule

Nadine Labaki, affascinante regista libanese “emergente”. (Personalmente una delle poche connessioni che sono riuscito ad avere con quel mondo).
L’anno scorso ho visto Caramel – Sukkar Banat. Un film da donne, per le donne. Di almodovariana ispirazione, ma senza la stessa profondità e ricchezza narrativa.

Quest’anno, spinto dalla curiosità e dalle conoscenze e connessioni di cui sopra, vado addirittura al cinema a vedere E ora dove andiamo?, ultima fatica della bella regista.

Bella e intelligente, sicuramente. Ma andiamo con ordine.

Il film racconta la storia di un piccolo villaggio libanese, alla fine del XX secolo.
Nel villaggio convivono due anime, cristiana e musulmana, in apparente pace. Sembra l’ultima frontiera della coesistenza pacifica in un paese sempre dilaniato dai conflitti religiosi.

Le notizie di guerriglie e rappresaglie arrivano però anche al villaggio, portandosi con loro

l’odio che anima i sanguigni spiriti locali. Mentre gli uomini sembrano pronti a farsi la guerra al minimo segnale (anche erroneo), le donne invece riescono non solo ad integrarsi alla perfezione le une con le altre a dispetto di ogni differenza, ma vogliono a tutti i costi impedire il conflitto che gli uomini rischiano di scatenare ad ogni minima possibilità. Le donne hanno il sostegno dell’imam e del parroco del paese, insieme cercheranno di trovare una strada per mettere pace e allontanare dagli uomini da ogni vento di guerra.

I libanesi sono un po’ italiani, non c’è che dire.
La Labaki racconta la storia con i toni e i colori grotteschi e tragicomici di quella che da noi viene chiama “sceneggiata napoletana”, a base si sfottò, grida, gesti animati e molto rumore.
Si oscilla tra la satira e il trionfo degli stereotipi. La regista ritrae e al contempo prende in giro certe abitudini alla guerra e all’odio schifosamente umane, ridicolizzandole e mostrandone l’assurdità. Ahimè in questo “gioco del mondo” si stereotipizza molto il maschio e la femmina, nella macchietta libanese che è anche un po’ mediterranea in generale: le donne (di cui l’unica bella è la protagonista, le altre sono stereotipicamente grasse massaie non attraenti – primo stereotipo) sono rumorose, lamentose ma non ingenue e intelligenti, gli uomini maschi al contrario vengono dipinti come animali-dotati-di-pene e non di un cervello, in preda ai loro istinti violenti e sessuali, incapaci di pensare, incapaci di trovare soluzioni se non menare le mani (e menarsi l’uccello – perdonate il linguaggio colorito, ma certe soluzioni delineate nel film fanno pensare solo a quello).

Ho apprezzato molte cose di questo film.
Belli i paesaggi e la fotografia, calda e polverosa, proprio come lo stereotipo mediorientale ci ha abituati. Bella la musica, belle canzoni (in arabo, tradotte solo dai sottotitoli – un grazie alla produzione sensata), dai cui testi e note giunge una sintesi perfetta della situazione. Il commento musicale, che a tratti attinge allo stile del musical, è quasi migliore del resto delle interazioni verbali tra i protagonisti. È interessante anche il fatto che per caratterizzare il senso profondo di alcune scene, la regista scelga di utilizzare la danza, con passi semplici, simbolici, ma non didascalici.
Nonostante la lo spingere sullo stereotipo uomo=idiota sessuato, ispirano simpatia i tentativi e le macchinazioni che le donne ordiscono per salvare il culo ai loro amati stupidoni.
Ultima nota positiva sul finale, che chiude un cerchio e dà una spiegazione al titolo del film.

Film familiare, fatto quasi in casa, come i dolci all’hashish (yallah…!).
Gradevole ma non eccezionale, a tratti il grottesco tocca dei livelli quasi imbarazzanti. Scene che dovrebbero essere drammatiche fanno quasi sorridere.
È qualcosa a metà tra l’ingenuo e il maturo, tra il classico e il moderno, tra il banale e l’originale. Mi trovo a pensare che forse un videoclip o un’opera di teatrodanza sarebbe stata più indicata e più accattivante nel raccontare questa storia.

Sto cercando un termine per descrivere questo gusto labakiano, molto presente anche in Caramel. L’unica parola che al momento mi viene in mente è adolescenza. Guardando questo film, si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una ragazza adolescente, con tutte le sue bellezze, i suoi sprazzi di intelligenza, le sue trovate geniali, ma anche la sua ingenuità, la sua delicatezza, la sua a volte troppo esplosiva emotività che straborda in un delirio grottesco che lascia interdetti.
Se questo è il ritratto del Libano (e per molti aspetti credo proprio che lo sia), fa pensare ad un paese adolescente, che ha voglia di fare, ha potenziale ma deve trovare ancora la sua strada per volare davvero. Senza rischiare di perdersi in lusinghe effimere e illusioni di grandezza.

La strada c’è, le scarpe anche, ma il cammino è lungo. Mi viene spontaneo chiedere a Madame Labaki: «E ora dove andiamo?»

Un giorno alla volta

Girando per internet ho trovato un pezzo che un amico ha scritto circa un anno fa, ne riporto una parte:

“Un giorno alla volta, dice Crazy Heart in quella scena quando esce dal rehab.
Sarà difficile ma se la vivi un giorno alla volta ce la potrai fare.
E se cadi ricominci dal giorno in cui ti rimetti in piedi.
Un giorno alla volta.
E’ un bel modo di prendere la vita.
Un giorno alla volta.
Domani non esiste, è lontanissimo, molto oltre ogni possibile orizzonte. Esiste questo giorno che è appena cominciato o che è nel mezzo o sta per finire.
Un giorno alla volta.
Un passo alla volta. Un respiro alla volta. Un battito di cuore alla volta.
Certe teorie sull’entropia del cosmo dicono che la fine del mondo avverrà quando sarà finito il disordine e tutti i punti dell’universo avranno la stessa temperatura.
Allora ogni cosa si fermerà e collasserà l’universo.
Ma non avverrà oggi,e anche se dovesse avvenire oggi io sto dando il mio contributo ad alimentare il disordine, la differenza di temperatura.
Quindi è tutto sotto controllo.
Pancia di femmina.
Un giorno alla volta.”

Lorenzo C.

Parola chiave – ovvero il primo giorno di inverno

Primo giorno di inverno

Interno – giorno – mattina
Tazza rossa con dentro qualcosa di più di una brodaglia “nescafettosa”
Doppia moka con acqua bollente

Attribuzioni. Significati.

Viviamo seguendo questi due principi. Più o meno consapevolmente. Evento – attribuzione – significato – consapevolezza. Lo facciamo in modo più o meno automatico, seguendo ogni volta le nostre personali inclinazione, la contaminazione delle esperienze precedenti, le aspettative future.

Il 2011 si è portato via il mio blog. Aveva 8 anni. Non ve lo linko, tanto sarebbe inutile. Nella riorganizzazione aziendale di una relativamente piccola realtà italiana di blogging si è deciso che scrivere non va più. Forse a questa decisione ho contribuito anche io, spostandomi di piattaforma poco più di un anno fa. Fatto sta che la grande organizzazione di Splinder ha deciso di chiudere. Nell’ipotesi che volesse rendere un ultimo servizio agli iscritti, ha dato istruzioni precise su come esportare il proprio blog. Ma inconvenienti tecnici più o meno arcani hanno fatto sì che il mio blog sia ora reindirizzato per sempre ad un sito vuoto e che tutti i suoi contenuti si trovino (nel migliore dei casi) in un file xml che sembra non essere leggibile.
Lungi da me cantare un’orazione funebre al mio fu-blog. Ricco di contenuti, di esperienze, otto anni di vita sicuramente sono qualcosa di significativo.
Però, ai miei occhi di oggi, forse un po’ troppo giovanilista, eccessivamente autoreferenziale. Non è una critica negativa, non lo denigro e non sputo nel piatto in cui ho mangiato. Ma, come dicono e hanno detto in tanti (forse troppi) dall’Ecclesiaste in poi, “c’è un tempo per ogni cosa” – o qualcosa del genere.

Sì, perché nel panta rei di greca memoria ci si sorprende in continuazione di quanto questo concetto possa essere vero. PANTA REI, tutto scorre, tutto evolve, tutto cambia. E tutto torna. E non ci sono gattopardi che tengano, perché il “tutto cambi affinché nulla cambi” è tanto vero quanto falso, è tutta una questione di attribuzione di significato.

Cos’è rimasto? Cos’è cambiato?
Tutto.
Sì ma tu sei ancora qui. Esatto, è la conservazione. E quindi dire che tutto cambi affinché nulla cambi può diventare superfluo, ridondante, tautologico. Può diventare una pesante didascalia ad un’immagine che è chiara così com’è.
Ma noi umani necessitiamo di queste didascalie, necessitiamo di verbalizzare queste nostre attribuzioni di significato. Tutti noi ne abbiamo bisogno, anche coloro che apparentemente non lo fanno.

Quindi ciao blog, portati tutto quanto in quel tuo codice binario che è il tuo cuore. In quell’ammasso di informazioni a cui un sistema darà un ordine e ne trasformerà il linguaggio perché possa essere comprensibile ad un altro sistema.
Attribuisci a quei numeri un significato.

Attribuire ai numeri. Numeri. Linguaggio che si dice sia universale. È il linguaggio con cui si possono trasmettere informazioni. È un linguaggio (mi si passi il termine) “artificiale”, o meglio “convenzionale”, inventato dall’uomo per rendere “comodo” qualcosa (fatto salvo le personali difficoltà con la matematica che spesso mi portano a mettere in discussione questo concetto di “comodo”…).
Linguaggio universale che ha bisogno di una chiave per aprirsi. Se la chiave è giusta, ogni cosa è sviscerata e sviscerabile.

E quindi, se i numeri sono universali convenzionali, la Natura (che è una tipa furba), ce ne ha dato un altro, l’istinto. Più universale, meno convenzionale. Anche l’istinto necessita di una chiave. Quella per i numeri è più facile, è scritta, è “esatta”.
Quella per l’istinto lo è meno, non è sicuramente scritta e altrettanto discutibilmente esatta.
Ma se fatta girare, se plasticamente se ne delineano i contorni in modo che riempia i vuoti della multiforme serratura dell’istinto, la porta si apre.

Vuoti e pieni.

Attribuzioni di significato.

Perché qualcosa entri, qualcos’altro deve uscire.

E se quegli spazi sono liberi, è solo questione di chiave.

DV8 – Can we talk about this?

Physical Theatre, o teatro fisico, che dir si voglia… Una forma di spettacolo di forte impatto e coinvolgente, che intreccia danza, movimento, parola. Usa il corpo in modo completo, in tutte le sue capacità espressive. Non è danzateatro/teatrodanza perché non è sufficientemente “danzato” (le coreografie hanno una tecnica non accademica, seppure la preparazione dei danzatori in tal senso sia decisamente consistente), non è assolutamente un musical (non si canta e non si balla). È qualcosa di più, di diverso. Un’opera d’arte a 4 dimensioni, oserei dire, che si sviluppa come un tesseract di cui l’uomo è il cubo originario.

Can we talk about this?

Performance notevole, quella dei DV8, una compagnia inglese di danza contemporanea/teatro fisico. Spettacolo teso a provocare, a irritare, a rendersi antipatico contro quelli che “bempensano”. E questa volta non parliamo dei bempensanti classici, borghesi e conservatori. Al contrario. Si rivolge proprio a quella parte globale e multiculturale che ha fatto della conservazione delle diversità un obiettivo da raggiungere a tutti i costi. Anche al costo di sacrificare sé stessi.

Antipatico perché evidenzia le falle del multiculturalismo che “tollera gli intolleranti”. Mette a nudo l’ipocrita faccia buonista che non ha il coraggio di ammettere di sentirsi “moralmente superiore” ad un modello di società diverso dal proprio. Antipatico perché riporta la voce che in molti paesi è sostenuta da politiche di chiusura, conservatrici e, perché no, anche razziste. E lo fa prendendosela con i musulmani (“alcuni musulmani”, come più volte sottolineano) che pretendono di imporre i propri principi e le proprie regole anche in società distanti dall’Islam.

A prima vista sembra uno spettacolo piuttosto reazionario, che serve più a logorare i rapporti che non a salvaguardarli, a rinforzare paure e diffidenze.

Ma qual’è il punto di svolta? Cosa fa sospendere il giudizio di “spettacolo reazionario”? Tutto comincia e finisce col titolo. “Can we talk about this?”, ovvero Possiamo parlarne?

L’intento è esattamente questo. Perché certe cose non si possono dire? Perché non si può criticare, fare satira, discutere, confrontarsi, senza essere accusati di essere politicamente scorretti, pericolosi, se non infedeli o blasfemi? In una parola pericolosi, per se (fisicamente) e per gli altri (intellettualmente). Perché si deve rischiare di “morire per delle idee” (come diceva De André) invece che poter essere magari contestati e contribuire alla crescita di una coscienza globale e realmente multiculturale.

“Multiculturale” nel senso di “portare ed unire”. Le differenti culture  sono in molti casi diventate muri, confini invalicabili d’odio e di distanza dall’altro. Perché multiculturale non può significare “portare e condividere” la propria cultura cercando di integrarla con quella dei propri ospiti?
Perché non se ne può parlare senza che qualcuno si offenda?

È proprio questo il punto. Al di là della discussione su quale morale sia più corretta, parliamone.

Contro questo pensiero si schiera l’autore, Lloyd Newson. Contro l’idea dell’oscura indiscutibilità di scelte e di idee propugnate da alcuni in rapporto alla vita di altri. Contro l’idea che proprio in nome di questi principi si possa uccidere. Contro l’idea per cui “una vignetta satirica vale più di una vita umana”.

È ovvio, bisogna fare attenzione. Bisogna essere responsabili delle proprie azioni, bisogna tenere presente che quello che si fa creerà delle conseguenze, magari anche eccessive, magari impreviste.

Personalmente condivido solo in parte l’idea dello spettacolo. Ho avuto il piacere di poterne parlare, confrontandomi con chi ha assistito allo spettacolo con me, persone atee, cristiane e musulmane. Ognuno era molto fermo sullo proprie idee, l’ateo era fiero di esserlo, come allo stesso modo lo erano il cristiano e il musulmano. Quest’ultimo era anche un po’ arrabbiato, visto che in sostanza si era sentito indirettamente al centro dell’attenzione in senso negativo per più di un’ora e un quarto.
Fermo restando la volontà di provocazione e di aprire un’interrogativo, dov’è l’errore (se così si può dire) dello spettacolo? Il pubblico.
Cosa c’entra il pubblico? La platea era formata, in linea di massima, da un pubblico italiano, salvo alcune eccezioni. In ogni caso, la stragrande maggioranza del pubblico faceva parte di quell’Occidente che da molti anni (forse da sempre) sta vivendo una guerra fisica e culturale contro l’Islam. La comunicazione dello spettacolo è stata sicuramente interessante, ma innegabilmente parziale. L’altra campana non si è sentita. Brevemente detto, tra i musulmani ci sono non pochi “fanatici” che minacciano i principi democratici, la libertà di essere criticati, la libertà di fare satira, la violenza sulle donne. Non si è parlato però di quella parte di Islam che è aggredita da Israele con motivazioni di espansionismo di diritto, controllo, soldi e potere, se non vendetta perpetua per aver subito l’Olocausto. Olocausto che migliaia di palestinesi pagano giorno per giorno, popolo per cui un 11 settembre si ripete ad ogni piè sospinto. Non si è parlato di quella parte di Islam che è “solo” una religione in cui l’Amore di Dio “move il sole e l’altre stelle”, anche se parla arabo. Si è parlato del fanatismo. Lo stesso fanatismo che caratterizza molti altri credi, ma di cui in questo spettacolo non è stata fatta parola. Questo è secondo me l’errore. Il pubblico che hai davanti ha già molta paura. Non sa, non vuole sapere, ha orecchie solo per coloro che confermano la sua paura.
Eppure sappiamo bene quanti fanatismi non solo musulmani, ma anche cristiani, ebrei e in alcuni casi induisti e taoisti hanno portato e portano tutt’ora idee oscurantiste, antidemocratiche, contrari ai diritti umani, distruzioni, guerre e abusi. In senso macro (guerre di religione e cultura) e in senso micro (abusi di potere, abusi intrafamiliari). La figlia disconosciuta dai genitori perché scappata col ragazzo non è una storia musulmana, ma può essere benissimo italiana, ma anche cristiana, cattolica, ortodossa, protestante, puritana, mormona e quant’altro. Non diciamo che i musulmani sono cattivi, non più cattivi di molti altri. Certi musulmani sono fanatici e pericolosi tanto quanto certi cristiani. Però noi ne abbiamo più paura, perché in televisione vediamo quelle barbe, quei turbanti, quei veli e quei burqa, che sbraitano in una lingua che non capiamo. Se sbraitassero in inglese, italiano o latino come la prenderemmo? (tanto per fare un esempio, cosa pensate di questo bambino?)

Perché non parlare anche di questo? Can we talk about this, too? Invece usare solo certe idee musulmane per esprimere quanto sia importante conservare la libertà di opinione e di espressione. Forse no, forse non si può parlare di questo. E questa volta non è colpa dei musulmani.

Spettacolo parlato, molto parlato. Inglese britannico, inglese con accetto arabo, indiano… Una compagnia decisamente multiculturale (proprio così, non ci sono più di due danzatori della stessa etnia). Una compagnia decisamente allenata, tecnicamente di altissimo livello, in cui un uso del corpo plastico ed elastico si unisce alla perfezione con la parola. È quasi difficile farci caso, ma la capacità di questi danzatori di impegnarsi in coreografie che richiedono una certo lavoro fisico e al tempo stesso recitare un testo piuttosto complesso, ha qualcosa di incredibile e straordinario. Alla genialità del lavoro, si sposa una tecnica praticamente perfetta. Uno spettacolo fuori dal comune a cui, purtroppo, non siamo abituati.
Unico neo tecnico, la lingua inglese impone una traduzione per un pubblico non anglofono. In teatro si possono usare i “sottotitoli”, ma per motivi tecnici questi diventano “sopratitoli”, spesso troppo lontani dai danzatori. Si impone così una triste scelta: “guardo la coreografia oppure leggo i sopratitoli cercando di capire cosa dicono?”. Uno sforzo ingiusto, che impone di rinunciare, magari alternando, ad una parte dello spettacolo.

In conclusione, la mia impressione è decisamente positiva. A parte le perplessità già espresse, i contenuti (rischiosi), la volontà di provocazione e la modalità scelta per esprimere tutto ciò merita un plauso notevole.
Volendo quantificare in numeri la mia opinione, darei un 8- su 10.
10 per la tecnica coreutica, 10 per la scelta dei contenuti e per la provocazione, 5 per le mancanze “culturali” e le omissioni, 6 per la tecnica teatrale dei “sopratitoli”.


Memorie di qualcosa che deve ancora avvenire

Sulla strada, dopo aver visto gente “normale”, parlato con loro, veduto e vissuto un po’ di vite “diverse” (se così si può dire…). Diverse ma normali, ho conosciuto ragazze che devono rimorchiare a tutti i costi, “brave ragazze” che non si sa bene se scherzano o sono serie nel loro sembrare così convinte di tutto, che vogliono “fare il capo” da grande mentre cercano di giustificare ogni loro azione, a volte con più certezze a volte con molte meno. Ho parlato con quasi-tossici che dicono di sapere che “la droga è controllo sociale”, ma alla domanda “se lo sai, perché ti droghi e fai il loro gioco?” ti rispondono “eh, perché è bello”, per “evadere dalla realtà”, “vivere davvero gustando la vita”… sei un cazzo di sensation seeker

Bere, ubriacarsi, cercare ancora una volta “quello che non c’è”…

[Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
Il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
Quello che non c’è
Curo le foglie, saranno forti
Se riesco ad ignorare che gli alberi son morti]

Troppi, davvero troppi i significati e le analogie in questa canzone…

E intanto guardare il mare, l’alba, guardare la strada che passa e le persone che con me viaggiano. Pensare a tutto e a niente, pensare che anche quando le cose sembra che vadano di merda, è bello guardare il mondo come un film a cui, se voglio, posso partecipare.

Mi piace viaggiare, viaggiare e conoscere. Questo si sa.

E forse mi piace anche ballare a ritmi di musica jamaicana (leggi “reggae e derivati”), con cui ho un rapporto di amore e odio. Come con molte altre cose.

E come ripetono in tanti, e troppi, come disse un certo Catullo qualche annetto fa:

“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior”

Che più o meno significa:

“Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.

Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato.”

E forse, se lo dicono tutti, un motivo ci sarà. Un motivo ci sarà se questo refrain scandisce il ritmo di tante vite mentre percorrono la strada verso l’orizzonte (che c’è anche quando non si vede), mentre scelgono o si fanno scegliere. Mentre fanno casini e macelli con le proprie vite e le vite degli altri.

Tali e tanti casini e macelli che aprono e chiudono canali comunicativi, perché l’uomo non riesce/non può/non vuole rinunciare a quel contatto sociale/umano che della sua natura umana ne è distintivo.

“Sei tutto chiacchiere e distintivo, tutto chiacchiere e distintivo!!”

Lacrime e sangue, o forse esagero? Ma come fanno a dire che la vita è semplice e lineare? Io non lo so. La mia vita, ad un occhio non ben aperto, può sembrare semplice e lineare, ma non lo è. È un tumulto di emozioni ed azioni, è una corsa forsennata sulla strada, spesso nascosta da vita incanalata in binari di sterile sicurezza borghese, morta e putrescente, accogliente e tranquillizzante. Lo è e non lo è. Ora forse lo è ancora meno, visto che lavoro (lavoro, non finirò mai di ripeterlo…). Corro dentro e corro fuori sulla strada… Prendo e porto via la gente, lascio che se ne vada, la spingo giù dal mio mezzo. Guardo il paesaggio… guardo il paesaggio.

Guardo l’alba sulla riva del mare, mentre le “persone normali” ridono, giocano, corrono, ballano, si drogano, scopano… vivono. Le persone normali che fanno cose normali nella loro normalità. È normale chi rispetta le regole tanto quanto chi non le rispetta o crede di non rispettarle. È normale il drogato e il borghese. Tutti e due sanno cosa fare, conoscono il loro ruolo e lo interpretano senza pensarci troppo.

Io non sono normale. Non sono uno snob. È solo che quando vedo quella gente penso che io non ne faccio mai parte. Magari faccio un giro per quei verdi prati, ma sono come alieno, alienato, straniero. Un antropologo forse, osservatore esterno che decide d’un tratto di diventare partecipante. Molte volte il risultato è scarso, magari non disastroso, ma schifosamente da profano.

Per ironizzare:

“Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone. Però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre d’accordo e a mio agio con una minoranza…”

Eppure il segreto è tutto in quel dire “basta, vado in riva al mare”. Sedersi sulla sabbia umida, guardare l’orizzonte che, da nero, diventa sempre più rosso. Guardare le lente onde che si adagiano sulla battigia e tornano indietro, e ci riprovano, avanti e indietro tentano e ritentano. È tutto in quel “la sabbia è sopravvalutata, sono solo sassi minuscoli”.

È tutto in quella palla rossa, rigata di tonalità più scure e più chiare, che rapidamente ma impercettibilmente sale e sale. Quel “impression, soleil levant” di manetiana (o era Monet…?) memoria – Monet, mi dicono – che sale e da freddo e umido passa a caldo e secco.

Un’alba solitaria su una spiaggia di festa, dove tutti stanno facendo quello che è previsto che facciano dalla loro storia di vita, dal loro script. Anche quello che faccio io è, in un certo senso, “previsto”… Ma ogni volta che mi volto, magari a cercare quelle persone che posso riconoscere o semplicemente a guardare, vedo che tutta la scena è su un grande schermo, forse dietro un vetro. E sono io spettatore.

Dolceamara sensazione. Entrare ed uscire dal mondo.