Physical Theatre, o teatro fisico, che dir si voglia… Una forma di spettacolo di forte impatto e coinvolgente, che intreccia danza, movimento, parola. Usa il corpo in modo completo, in tutte le sue capacità espressive. Non è danzateatro/teatrodanza perché non è sufficientemente “danzato” (le coreografie hanno una tecnica non accademica, seppure la preparazione dei danzatori in tal senso sia decisamente consistente), non è assolutamente un musical (non si canta e non si balla). È qualcosa di più, di diverso. Un’opera d’arte a 4 dimensioni, oserei dire, che si sviluppa come un tesseract di cui l’uomo è il cubo originario.
Can we talk about this?
Performance notevole, quella dei DV8, una compagnia inglese di danza contemporanea/teatro fisico. Spettacolo teso a provocare, a irritare, a rendersi antipatico contro quelli che “bempensano”. E questa volta non parliamo dei bempensanti classici, borghesi e conservatori. Al contrario. Si rivolge proprio a quella parte globale e multiculturale che ha fatto della conservazione delle diversità un obiettivo da raggiungere a tutti i costi. Anche al costo di sacrificare sé stessi.
Antipatico perché evidenzia le falle del multiculturalismo che “tollera gli intolleranti”. Mette a nudo l’ipocrita faccia buonista che non ha il coraggio di ammettere di sentirsi “moralmente superiore” ad un modello di società diverso dal proprio. Antipatico perché riporta la voce che in molti paesi è sostenuta da politiche di chiusura, conservatrici e, perché no, anche razziste. E lo fa prendendosela con i musulmani (“alcuni musulmani”, come più volte sottolineano) che pretendono di imporre i propri principi e le proprie regole anche in società distanti dall’Islam.
A prima vista sembra uno spettacolo piuttosto reazionario, che serve più a logorare i rapporti che non a salvaguardarli, a rinforzare paure e diffidenze.
Ma qual’è il punto di svolta? Cosa fa sospendere il giudizio di “spettacolo reazionario”? Tutto comincia e finisce col titolo. “Can we talk about this?”, ovvero Possiamo parlarne?
L’intento è esattamente questo. Perché certe cose non si possono dire? Perché non si può criticare, fare satira, discutere, confrontarsi, senza essere accusati di essere politicamente scorretti, pericolosi, se non infedeli o blasfemi? In una parola pericolosi, per se (fisicamente) e per gli altri (intellettualmente). Perché si deve rischiare di “morire per delle idee” (come diceva De André) invece che poter essere magari contestati e contribuire alla crescita di una coscienza globale e realmente multiculturale.
“Multiculturale” nel senso di “portare ed unire”. Le differenti culture sono in molti casi diventate muri, confini invalicabili d’odio e di distanza dall’altro. Perché multiculturale non può significare “portare e condividere” la propria cultura cercando di integrarla con quella dei propri ospiti?
Perché non se ne può parlare senza che qualcuno si offenda?
È proprio questo il punto. Al di là della discussione su quale morale sia più corretta, parliamone.
Contro questo pensiero si schiera l’autore, Lloyd Newson. Contro l’idea dell’oscura indiscutibilità di scelte e di idee propugnate da alcuni in rapporto alla vita di altri. Contro l’idea che proprio in nome di questi principi si possa uccidere. Contro l’idea per cui “una vignetta satirica vale più di una vita umana”.
È ovvio, bisogna fare attenzione. Bisogna essere responsabili delle proprie azioni, bisogna tenere presente che quello che si fa creerà delle conseguenze, magari anche eccessive, magari impreviste.
Personalmente condivido solo in parte l’idea dello spettacolo. Ho avuto il piacere di poterne parlare, confrontandomi con chi ha assistito allo spettacolo con me, persone atee, cristiane e musulmane. Ognuno era molto fermo sullo proprie idee, l’ateo era fiero di esserlo, come allo stesso modo lo erano il cristiano e il musulmano. Quest’ultimo era anche un po’ arrabbiato, visto che in sostanza si era sentito indirettamente al centro dell’attenzione in senso negativo per più di un’ora e un quarto.
Fermo restando la volontà di provocazione e di aprire un’interrogativo, dov’è l’errore (se così si può dire) dello spettacolo? Il pubblico.
Cosa c’entra il pubblico? La platea era formata, in linea di massima, da un pubblico italiano, salvo alcune eccezioni. In ogni caso, la stragrande maggioranza del pubblico faceva parte di quell’Occidente che da molti anni (forse da sempre) sta vivendo una guerra fisica e culturale contro l’Islam. La comunicazione dello spettacolo è stata sicuramente interessante, ma innegabilmente parziale. L’altra campana non si è sentita. Brevemente detto, tra i musulmani ci sono non pochi “fanatici” che minacciano i principi democratici, la libertà di essere criticati, la libertà di fare satira, la violenza sulle donne. Non si è parlato però di quella parte di Islam che è aggredita da Israele con motivazioni di espansionismo di diritto, controllo, soldi e potere, se non vendetta perpetua per aver subito l’Olocausto. Olocausto che migliaia di palestinesi pagano giorno per giorno, popolo per cui un 11 settembre si ripete ad ogni piè sospinto. Non si è parlato di quella parte di Islam che è “solo” una religione in cui l’Amore di Dio “move il sole e l’altre stelle”, anche se parla arabo. Si è parlato del fanatismo. Lo stesso fanatismo che caratterizza molti altri credi, ma di cui in questo spettacolo non è stata fatta parola. Questo è secondo me l’errore. Il pubblico che hai davanti ha già molta paura. Non sa, non vuole sapere, ha orecchie solo per coloro che confermano la sua paura.
Eppure sappiamo bene quanti fanatismi non solo musulmani, ma anche cristiani, ebrei e in alcuni casi induisti e taoisti hanno portato e portano tutt’ora idee oscurantiste, antidemocratiche, contrari ai diritti umani, distruzioni, guerre e abusi. In senso macro (guerre di religione e cultura) e in senso micro (abusi di potere, abusi intrafamiliari). La figlia disconosciuta dai genitori perché scappata col ragazzo non è una storia musulmana, ma può essere benissimo italiana, ma anche cristiana, cattolica, ortodossa, protestante, puritana, mormona e quant’altro. Non diciamo che i musulmani sono cattivi, non più cattivi di molti altri. Certi musulmani sono fanatici e pericolosi tanto quanto certi cristiani. Però noi ne abbiamo più paura, perché in televisione vediamo quelle barbe, quei turbanti, quei veli e quei burqa, che sbraitano in una lingua che non capiamo. Se sbraitassero in inglese, italiano o latino come la prenderemmo? (tanto per fare un esempio, cosa pensate di questo bambino?)
Perché non parlare anche di questo? Can we talk about this, too? Invece usare solo certe idee musulmane per esprimere quanto sia importante conservare la libertà di opinione e di espressione. Forse no, forse non si può parlare di questo. E questa volta non è colpa dei musulmani.
Spettacolo parlato, molto parlato. Inglese britannico, inglese con accetto arabo, indiano… Una compagnia decisamente multiculturale (proprio così, non ci sono più di due danzatori della stessa etnia). Una compagnia decisamente allenata, tecnicamente di altissimo livello, in cui un uso del corpo plastico ed elastico si unisce alla perfezione con la parola. È quasi difficile farci caso, ma la capacità di questi danzatori di impegnarsi in coreografie che richiedono una certo lavoro fisico e al tempo stesso recitare un testo piuttosto complesso, ha qualcosa di incredibile e straordinario. Alla genialità del lavoro, si sposa una tecnica praticamente perfetta. Uno spettacolo fuori dal comune a cui, purtroppo, non siamo abituati.
Unico neo tecnico, la lingua inglese impone una traduzione per un pubblico non anglofono. In teatro si possono usare i “sottotitoli”, ma per motivi tecnici questi diventano “sopratitoli”, spesso troppo lontani dai danzatori. Si impone così una triste scelta: “guardo la coreografia oppure leggo i sopratitoli cercando di capire cosa dicono?”. Uno sforzo ingiusto, che impone di rinunciare, magari alternando, ad una parte dello spettacolo.
In conclusione, la mia impressione è decisamente positiva. A parte le perplessità già espresse, i contenuti (rischiosi), la volontà di provocazione e la modalità scelta per esprimere tutto ciò merita un plauso notevole.
Volendo quantificare in numeri la mia opinione, darei un 8- su 10.
10 per la tecnica coreutica, 10 per la scelta dei contenuti e per la provocazione, 5 per le mancanze “culturali” e le omissioni, 6 per la tecnica teatrale dei “sopratitoli”.
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